Nel 1976 durante una passeggiata mattutina, Srila Prabhupada si fermò, prese un fiore e commentò: “Guardate le minuscole fibre di questo fiore. Qualcuno può produrle in una fabbrica? Fibre così piccole? E come è brillante il colore! Se studiate un solo fiore, diventerete coscienti di Dio”.

Non sono un botanico, ma la bellezza della flora e dei fiori ha un potere delicato che ci risolleva l’animo. Dopo tre settimane di permanenza, i sentieri del campus mi sono diventati familiari; la sua struttura di base si è impressa nella mia mente, permettendomi di notare diversi dettagli durante le mie passeggiate. Il mio leggere è più o meno lo stesso, e una volta che il mio ritmo si è stabilizzato, percepisco le sottigliezze, le sfumature e il senso, che stratificato si nasconde tra le parole e le righe. Ma non sono qui in questa Università solo per familiarizzare con il luogo o i libri di testo; sono desideroso di capire le persone. Mercoledì si terrà il primo “Servizio del Mezzogiorno”, un incontro in cui diverse tradizioni spirituali aprono le loro porte e ci invitano nel loro mondo. Questa settimana, tocca al Ministero Unitariano Universalista, che conduce un incontro intitolato “La Comunione dei Fiori”. Decido di parteciparvi.

Sul prato, sono seduto accanto a George, un cattolico della Boston Theological Seminary, che sta conseguendo un dottorato di ricerca comparativo delle vite religiose di indù e cristiani. Succede proprio così; lui mi chiede della Trimurti, e io gli chiedo della Trinità. Le conversazioni qui fluiscono naturalmente verso il metafisico, senza bisogno di preamboli. Sbocciano spontaneamente, come i fiori che ci sono stati offerti al nostro arrivo. La ricerca di comprensione delle persone sembra reale, vissuta, incarnata e non semplicemente studiata. Tutti sono in viaggio.

George mi porge uno spartito di canti. Oggi, dice, è un giorno speciale. Presto saremo invitati a porre il fiore che ci è stato donato all’inizio su un “tappeto di fiori” comune. Cantiamo insieme, è una varietà di voci che si sposano e si affinano a vicenda, poi ci viene chiesto di tornare ai fiori e di scegliere un fiore diverso, uno che ora ci ispira. Mentre ci rimettiamo a sedere, la luce del sole inonda i presenti come una silenziosa benedizione. Chi guida l’incontro ci invita a osservare il fiore che abbiamo in mano, e che ci conduce a una meditazione: “Cosa vi ha attratto di questo fiore? Perché lo trovate bello? Quali dettagli vi sorprendono di quel fiore? Riuscite a visualizzare il suo percorso? Quale messaggio porta con sé? Come vi fa sentire, qui e ora? Questo fiore vi eleva in qualche modo? Fermatevi, e lasciate che tutti i vostri pensieri si concentrino su un’unica cosa.” Potente!

Poi ci viene chiesto di sollevare i nostri fiori e di guardarci intorno. “Questa”, dice l’oratore, “è la bellezza del mondo in cui viviamo: tanta varietà, tanta individualità”. Il mondo è un giardino di fiori. Le parole di Prabhupada riecheggiano dentro di noi: “Se studiate un solo fiore, diventerete coscienti di Dio”. L’avevo sentita per la prima volta più di vent’anni fa. Ma oggi – solo oggi – mi sono davvero fermato ad osservare un fiore con attenzione. Le pratiche spirituali degli altri possono risvegliare in noi una disciplina dimenticata nella nostra tradizione. L’essere intenzionali, presenti, profondamente consapevoli e silenziosamente assorti nel ricordo – quella che questa università ha imparato a chiamare scienza contemplativa. Ho pensato che da monaco, avrei delle cose da imparare. Oggi sono venuto alla “Comunione dei Fiori”, non solo per conoscere altre tradizioni, ma per imparare da altre tradizioni.

S.B. Keshava Swami